Giusto per scombussolare un po’ le carte rispetto al titolo, partiamo dal passato: la Vitis Sylvestris, o vite selvatica, è la madre di quasi tutte le viti coltivate nel mondo. E, rispetto alla vitis vinifera, quella del Nebbiolo, del Pinot Noir, del Fiano, etc, ha mantenuto geni ancestrali, tra cui quello della resistenza alle malattie ed agli attacchi infestanti. A Biennale Tecnologia, evento organizzato a Torino dal Politecnico dal 15 al 19 aprile 2026, si è parlato anche di questo.
I problemi della malattia della vite si sono affrontati, nel recente passato, con l’uso dei fitofarmaci, con con conseguente problema di eccessivi trattamenti che potrebbero far assorbire i medicinali usati per trattare la vite all’uomo. Su questo fronte, si sta lavorando incessantemente per ridurre sempre più la quantità, puntando sull’efficacia, anche grazie alle analisi sugli effetti puntuali in vitro. Altro approccio è stato quello di incrociare la vitis vinifera con la vitis sylvestris ed anche altre varietà americane ed asiatiche resistenti, in modo che l’ibrido, noto come PIWI (nome che deriva dalla parola tedesca Pilzwiderstandsfähige, che significa resistente ai funghi, possa appunto richiedere trattamenti minori o nulli.
L’ibrido però non acquisisce solo il gene della resistenza, ma anche alcune caratteristiche organolettiche, perdendone qualcuna della vitis vinifera, ottenendo di fatto un’altra vite e quindi un altro vino.

Il consumo di vino si va sempre più riducendo, con i giovani che, dietro una bottiglia, cercano una storia, tenendo molto in considerazione l’ecologia; perché allora non cercare di mantenere intatte le caratteristiche organolettiche delle viti che oggi si chiamano Nebbiolo, Pinot Noir, Chardonnay, al fine di poter continuare a produrre vini che appunto hanno una storia, come il Barolo o i grandi vini di Borgogna? E magari producendo in maniera biologica, evitando trattamenti medicali potenzialmente invasivi?
L’azienda EDIVITE sta puntando ad utilizzare la sequenzializzazione del genoma della vite e le tecniche di ‘taglia e cuci’ del genoma, scoperte negli anni passati, per inserire nel genoma delle vitis vinifera la sola caratteristica di resistenza alle malattie della vitis sylvestris.
Questo consentirebbe di ottenere vitis vinifere resistenti, mantenendo tutte le altre caratteristiche organolettiche della vite originaria.
Al momento, secondo la legge attuale, questa operazione rende il risultato OGM. Ma non è potenzialmente ogm anche il grano duro Creso, selezionato negli anni ‘70 tra i grani mutati per trattamenti con raggi gamma?

La questione OGM è molto complicata e controversa, però, se il regolamento europeo dice che non è OGM la mutagenesi (mutazione anche ottenuta tramite il trattamento di raggi gamma), il grano duro Creso non è OGM. Nei prossimi mesi il regolamento, che risale al 2011, dovrebbe cambiare: se consentirà il miglioramento genetico della vite, avremo in futuro viti resistenti e magari vini biologici con le stesse caratteristiche organolettiche di oggi, con un piede (anzi, una radice) nel futuro.
